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Hexadecimal

Marco Victor Romano / Hexadecimal (cielo/erba Lipsia) / stampa digitale su carta / 200 x 100 (cm) / 2014

Hexadecimal

 

Marco Victor Romano / Hexadecimal (cielo/erba Lipsia) / stampa digitale su carta / 200 x 100 (cm) / 2014

 

In un’epoca in cui il virtuale si costituisce sempre più come estensione sensoriale della realtà umana, l’individuo contemporaneo si ritrova immerso in un iper-mondo in cui visione e illusione si integrano completandosi. Non a caso oggigiorno si parla di realtà aumenta, nuovissima strategia di un uomo, che nella tensione verso l’infinito e l’immortalità, escogita sistemi progressivamente più complessi di conquista dell’ignoto.

Con l’opera Hexadecimal l’artista si propone di indagare il rapporto che intercorre tra questo mondo virtuale in continuo sviluppo e l’essere umano che lo progetta.

Cielo/erba Lipsia mostra un paesaggio virtuale nella sua verità di realtà simulata. I colori diventano informazioni tecniche espresse nel linguaggio digitale della tecnologia Computer Grafica, precisamente identificati in codici esadecimali.

Nella texture dell’immagine cifre e lettere si sovrappongono, in alcuni punti intensificano la saturazione. Nel passaggio dalle zone di colore più rade a quelle più dense qualcosa cambia, l’occhio percepisce una variazione di concentrazione che tuttavia resta inespressa dal sistema grafico.

In questa sottilissima differenza si riafferma la preminenza della natura umana, che ancora una volta rivendica la propria capacità di distinzione: la sua sensibilità si edifica nella disparità con l’inerzia tecnologica che può sistematizzare dei dati, nella misura dell’efficacia della propria strumentazione, tuttavia mai potrà penetrare il sensibile.

Sulla scia della ricerca Benjaminiana[1], che indaga il significato sociale della riproducibilità tecnica e materiale dell’opera d’arte, Romano dimostra come la definizione e la riproduzione tecnica del dato reale sia vuota e passiva, essa realizza la parcellizzazione dell’intero distruggendone il contesto di riferimento, appiattisce la sua primaria identità, decurta dalle radici il suo valore di unicità.

Quanto resta del cielo di Lipsia nel codice informatizzato? Che forma o sfumature avevano i fili d’Erba?

Preso singolarmente il codice colore non realizza quella unità potenziale del frammento, che, come Brandi precisa, sopravvive nel riflesso del legame che ha con l’intero. Bensì è frutto di un sistema computerizzato che utilizza un linguaggio meccanico digitale e puntuale.

Romano invita alla riflessione sullo scarto esistenziale che intercorre tra uomo e macchina.

All’occhio di chi guarda cielo/erba Lipsia sembra produrre un cortocircuito: non vi è paesaggio, non vi è fotogramma nell’immagine, eppure mostra una riproduzione tecnica di un qualcosa che è stato. Di fronte a noi il linguaggio digitale fa sfoggio di sé enfatizzando le sue potenzialità d’utilizzo.

Al centro della questione è l’uomo e la sua facoltà di scelta. Nelle sue mani la tecnologia è lo strumento amplificatore dei suoi spazi di gioco oppure il comodo espediente che annichilisce la volontà nell’automatismo dell’azione (si pensi al tap tap dei like di instagram), assoggetta le masse (si pensi al furto dei dati sensibili sui social network), annega i diritti in un placido sonno della coscienza.

 

Giovanna Calabrese


[1] W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, BUR Rizzoli, settembre 2013, Milano

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